
L’elezione di Obama alla Casa Bianca, fra le molte altre conseguenze sullo scenario geo politico, culturale e di costume, rappresenta anche una svolta, radicale ed incontrovertibile, per il mondo della TV.
Per la prima volta la kermesse elettorale americana non è stata una celebrazione della Tv generalista. Al centro della scena ci sono stati i social network ( da My Space a Twitter al I-Phone), con i quali il nuovo presidente ha costruito, irrobustito e consacrato la sua candidatura. Un fenomeno che ha coinvolto negli USA circa 28 milioni di persone, mosso 600 milioni di dollari, generato 500 milioni di blog. Attraverso i new media-li possiamo chiamare ancora così?- Obama ha dato una base sociale e un’identità culturale ed economica alla sua candidatura, sottraendola al gioco degli apparati che lo avrebbero condannato di fronte ai grandi marpioni di Washington. Per fare questo Obama non ha usato i social network per parlare con i suoi elettori, non sarebbe stata una novità certo, quanto invece ha orchestrato i nuovi luoghi della comunicazione per far parlare fra loro i suoi supporters. E’ qui che è scattata la magia che lo ha condotto ha sbaragliare prima Hillary e poi Mc cain. Ora il punto che va decifrato è proprio questo: i media sono la conseguenza di un processo sociale o ne sono la causa? Quanto è accaduto in america pare confermi e rafforzi la prima ipotesi: i media , come la tecnologia, sono una risposta ad una domanda sociale. Ma quella è l’america! Si dirà per rifugiarsi dietro il gigantismo d’oltre atlantico. Proprio perché è l’america dovremo essere pronti a decifrare una tendenza che in poco tempo si riverbererà, come tutte le altre tendenza annunciateci dall’america, dal rock and roll al consumismo,anche da noi. Anzi possiamo dire di averla già in casa, come lo stesso fenomeno di “Paese che vai” ci conferma.
Il grande mainstream industriale della televisione si sta irreversibilmente diluendo in fenomeno del tutto diversi dal broadcasting, come le tv tematiche, e poi la IPTV, e poi ancora le mille web tv. Diciamo che stiamo osservando il passaggio dalla TV di massa alla massa delle tv. Questo perché, come ci insegna Obama, si è frantumata la dinamica sociale legata al lavoro e al consumo di massa, in mille lavori e consumi sempre più personalizzati. L’individuo ha acquisito piena consapevolezza del suo protagonismo e prima ha cominciato a manifestare una sua ambizione nel modificare i comportamenti di consumo e poi ha iniziato a guardare ancora più in altro, volendo concorrere alla fase produttiva. Cosa porta a offrirsi al pubblico ludibrio su i social network, da My Space a Youtube a Faceboock, se non l’ansia di auto rappresentazione che spinge ormai chiunque a documentare anche le proprie infamie? C’è dunque un processo sociale di base, forte su cui si innesta l’intraprendenza dei singoli e si arriva al fenomeno web tv. Ha ragione Silvia To0rtora ha dire che il fenomeno delle web tv non si stacca e separa dal mondo della TV che conosciamo, ma lo modifica radicalmente. La Tv tradizionale incalzata nelle sue prerogative cerca nuovi spazi, con i grandi schermi , l’alta definizione, i grandi spettacoli, mentre le cosiddette light tv trovano nuovi talenti ed interpreti sul territorio. Questo intreccio sta sgretolando anche l’idea di mission televisiva. Possiamo ancora dire che la Tv ha come suo fine prevalente lo spettacolo e l’informazione? Non credo. Quello televisivo sta diventando un linguaggio per polti fini: dal governo del territorio, alla gestione di una ASL, al marketing aziendale, alle relazioni associative, ai servizi del welfare. Questo è il nuovo scenario dove i grandi gruppi televisivi, specificatamente il servizio pubblico dovrebbe riflettere e modificare la propria logica. Può ancora un gruppo televisivo mirare a presidiare l’intera filiera produttiva ed a occuparsi, direttamente di tutti i generi? O non sarebbe più adeguato e funzionale riuscire a federare le capacità e i bisogni televisivi del territorio? Sono domande che emergono dal nostro concorso. E’ proprio il caso di dire paese che vai cose che trovi. Michele Mezza, Rai, in giuria a “Paese che vai” – Mediasenzamediatori.org